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L’evoluzione non è una scala. Non possiede un vertice verso il quale salire, né un punto d’arrivo prestabilito. La selezione naturale non opera in previsione di ciò che sarà utile fra un milione di anni; agisce sulle variazioni ereditabili nelle condizioni presenti. Intere linee evolutive compaiono e scompaiono. Caratteristiche vantaggiose in un ambiente possono diventare irrilevanti o dannose in un altro. Ciò che sopravvive non è necessariamente ciò che, secondo un nostro criterio astratto, è più perfetto: è ciò che, nelle circostanze date, riesce a riprodursi.
L’Homo sapiens non costituisce un’eccezione a questa regola. L’evoluzione non sapeva che saremmo arrivati. È da qui che comincia questo libro.
COMUNICAZIONE EDITORIALE

Siamo abituati a raccontare l'evoluzione umana conoscendone già il finale. Guardiamo un cranio fossile, una mutazione, un utensile, l'espansione della corteccia cerebrale e, inevitabilmente, vediamo qualcosa che conduce verso di noi. Ma l'evoluzione non sapeva che saremmo arrivati. Da questa constatazione prende avvio Noi, l'errore, un viaggio fra biologia evoluzionistica, genetica, neuroscienze e filosofia che prova a raccontare Homo sapiens rinunciando alla più tenace delle illusioni antropocentriche: quella di considerarci, esplicitamente o implicitamente, il risultato verso cui la storia della vita stava procedendo. Il punto di partenza è la neotenia, la modificazione dei tempi dello sviluppo che ha assunto caratteristiche particolarmente rilevanti nella linea umana. L'infanzia prolungata, la lunga maturazione di alcuni processi cerebrali e la plasticità che ne deriva non vengono presentate come gradini di una scala diretta verso una maggiore perfezione, ma come esiti di una storia evolutiva fatta di variazioni, vincoli e contingenze. Da qui il libro entra nella biologia molecolare. Duplicazioni geniche come quelle che hanno interessato SRGAP2, modificazioni di geni coinvolti nello sviluppo corticale come ARHGAP11B, cambiamenti nella regolazione dell'espressione genica mostrano qualcosa di molto più interessante della ricerca di un fantomatico “gene dell'intelligenza”: piccole modificazioni materiali possono alterare proliferazione cellulare, maturazione sinaptica e tempi dello sviluppo, cambiando così le condizioni biologiche entro le quali divengono possibili traiettorie successive. Non esiste una mutazione nella quale sia scritto uomo. Esiste una genealogia di possibilità. Il percorso si allarga allora alla paleontologia e alla teoria evolutiva: equilibrio e cambiamento, estinzioni, catastrofi, deriva, selezione, vincoli e contingenza. Il caso che attraversa queste pagine non è assenza di cause né puro caos. È ciò che accade quando le leggi della natura delimitano uno spazio di possibilità senza prescrivere in anticipo quale storia debba realizzarsi. Ma a un certo punto accade qualcosa di decisivo. Un organismo caratterizzato da una lunga apertura allo sviluppo diventa profondamente dipendente dall'esperienza e dagli altri. Ciò che una generazione apprende può essere trasmesso alla successiva senza modificare una sola base del DNA. Nasce una seconda eredità. Utensili, gesti, parole, tecniche, insegnamento e istituzioni diventano parte dell'ambiente nel quale cresceranno gli individui successivi. La cultura non prende il posto della biologia: diventa possibile grazie a una biologia sufficientemente plastica da lasciarsi modificare dall'esperienza. Il libro segue questa trasformazione fino a una scena apparentemente semplicissima: due cervelli e un oggetto assente. Un individuo produce un segno; l'altro comprende qualcosa che non è davanti a nessuno dei due. Il passato può essere raccontato, il futuro anticipato, ciò che non esiste immaginato. Il simbolo libera una parte dell'esperienza dalla necessità della presenza. Ed è proprio qui che la parola errore cambia significato. Una mutazione può essere definita errore rispetto alla fedeltà di una copia molecolare. Ma l'evoluzione, non possedendo un progetto, non può “sbagliare” nel non produrre ciò che avrebbe dovuto produrre. Soltanto quando compare un organismo capace di aspettative, rappresentazioni, scopi e norme diventa possibile l'errore nel senso pienamente umano del termine. L'evoluzione non può sapere di essersi sbagliata. Un cervello può. E gli esseri umani compiono un passo ulteriore: costruiscono strumenti, misure, esperimenti e comunità di ricerca attraverso cui un errore può essere scoperto da qualcun altro. La scienza appare allora non come il contrario dell'errore, ma come uno dei più sofisticati sistemi culturali mai costruiti per organizzare la nostra fallibilità. Il viaggio si chiude tornando a Nietzsche e alla terribile favola con cui Su verità e menzogna in senso extra-morale si apre: gli animali intelligenti inventano il conoscere, poi muoiono, «e sarà come se nulla fosse accaduto». Noi, l'errore non cerca di consolare il lettore davanti a questa possibilità. Se Homo sapiens scomparisse, l'universo non perderebbe il proprio centro, perché non siamo mai stati quel centro. La nostra contingenza, tuttavia, non rende meno straordinario ciò che è accaduto. Una storia senza progetto ha prodotto esseri capaci di progettare. Una storia senza previsione ha prodotto esseri capaci di immaginare il futuro. Una storia che non aveva noi come traguardo ha prodotto esseri capaci di ricostruire la storia che li ha resi possibili. Non eravamo inevitabili. Non eravamo attesi. Siamo accaduti.
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DALLO SCARABOCCHIO AL SIGNIFICATO
Immagine, scrittura ed ermeneutica

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