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Sia Platone che Heidegger sono concordi, sia pure per motivi diversi, sulla circostanza che viviamo in un mondo dell’immagine, è lecito, e forse necessario riflettere sul passaggio tra il potere della scrittura e quello dell’immagine. La scrittura, e lettura, non può competere con l’immediatezza dell’immagine. Scrittura e lettura sono un “lavoro”, per l’immagine basta guardare. Nessuna fatica, nessun lavoro. La mente, nel guardare, elabora, confronta, ricorda, compara, esamina l’oggettto guardato “in automatico”. Certo, dal punto di vista fisiologico, con elaborazioni psichicamente ancora estremamente complesse, ma automatiche, reattive, immediate. Una pagina scritta, da questo punto di vista, è solo uno sfondo bianco costellato da “scarabocchi” neri.

Come ed in base a quale “lavoro” questi scarabocchi assumono un significato? E cos’è un significato? Ma non basta: anche quando gli scarabocchi diventano comprensibili, il codice potrebbe ancora non funzionare. Basta infatti cambiare la lingua, per esempio da italiano a ebraico, ed ancora ci troveremmo di fronte a scarabocchi. Ma anche quando le grafie sono uguali, basta sostituire un testo italiano con uno in finlandese, e si ritorna allo scarabocchio. Comprendiamo non il contenuto, ma solo che il codice è cambiato ed è inaccessibile. Lo scarabocchio non ci dice niente. Quando e come una scrittura ci parla? Cosa serve affinché ciò accada? Quale “lavoro” è richiesto? Ma non basta ancora: ultimo passo, l’ermeneutica.

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Immagine segnaposto - paesaggio di montagna

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